Lo strano caso del doppio Piero

L’antefatto.

Era il 1991. Un anonimo telefonò alla sede dell’emittente fiorentina Controradio per rivelare un agghiacciante segreto che riguardava i Litfiba (forse la più famosa fra le band emerse dall’underground cittadino), all’epoca impegnati a girare l’Italia in lungo e in largo per promuovere “El Diablo”, il disco che garantì loro il tanto agognato status di rockstar.

L’anonimo confidò al conduttore radiofonico una notizia che aveva appreso da fonte vicinissima agli stessi Litfiba, fonte che, proprio come lui, voleva mantenere l’assoluto anonimato.
Il 1° dicembre 1989, alle cinque di mattina, Piero Pelù stava rientrando in macchina da solo a Firenze da Bologna, città dove la band aveva tenuto l’ultimo concerto del tour che poi sarebbe stato pubblicato col titolo di “Pirata”.

Il misterioso ascoltatore di Controradio rivelò che Piero, probabilmente a causa della troppa stanchezza, del sonno o della pioggia incessante, ignorò totalmente un semaforo rosso. Nel mezzo della carreggiata la sua auto venne sfiorata da un altro veicolo che viaggiava ad alta velocità. Questo costrinse Piero a sterzare bruscamente, perdendo così il controllo del mezzo che finì per schiantarsi contro un muro. L’altra automobile, che evidentemente aveva riportato danni irrisori, proseguì nella sua corsa verso l’ignoto.

I soccorsi, allertati da una segnalazione telefonica, si precipitarono sul luogo dell’incidente ma purtroppo arrivarono troppo tardi. Uno degli operatori riconobbe nella vittima il frontman dei Litfiba e propose agli altri di contattare, prima ancora delle autorità, gli altri componenti della band. Piero aveva allora ventisette anni.

La pioggia, incurante della tragedia appena compiutasi, continuava a scendere copiosa, traghettando la notte verso un’alba che prometteva molto freddo e poco sole.

Gli accadimenti.

Ghigo Renzulli e Gianni Maroccolo furono i primi a giungere sul posto, seguiti poco dopo da Francesco Magnelli e Antonio Aiazzi. Sulle prime non vollero credere al racconto dei sanitari ma la realtà dei fatti li inchiodò presto ad una croce di cui non erano in grado di sostenere il peso. L’atmosfera si caricò di lacrime e silenzi, di risate isteriche e di disperazione.
Qualcuno doveva prendersi la responsabilità di contattare la famiglia. Gianni decise di assumersi l’ingrato compito e fece per andarsene. Poco prima di arrivare alla macchina fu raggiunto da Ghigo, che lo invitò a salire perché aveva una proposta da fargli. Dopo tre o quattro minuti il clacson della macchina emise tre colpi secchi. Si avvicinarono subito Francesco ed Antonio, che si infilarono immediatamente sui sedili posteriori. Quasi subito Maroccolo e Magnelli uscirono sdegnati dall’automobile, inseguiti dai due compagni che tentavano di farli rientrare.
A pochi metri dal luogo dell’incidente si verificò dunque una lite furibonda fra i membri della band. La dinamica della discussione non è chiara ma, stando a quanto racconta l’anonimo, Ghigo si avvicinò furtivo ai soccorritori, li prese in disparte confabulando con loro a bassa voce. Gianni e Francesco se ne andarono senza salutare, in silenzio.
L’idea di Ghigo era semplice, geniale e raccapricciante: ad eccezione della famiglia di Piero nessuno avrebbe dovuto venire a conoscenza dell’incidente, la band avrebbe trovato un sostituto e pubblico e autorità non si sarebbero accorti di nulla.

Trovare il sostituto di Piero non era un problema insormontabile: Ghigo, giusto qualche mese prima, aveva notato a Firenze un tipo strano che assomigliava incredibilmente a Piero che si

aggirava in centro senza parlare ma emettendo solo monosillabi astratti (tipo “uoyeahyh” e “hughhhh”). Era conosciuto da tutti come “L’animale di zona”.

Maroccolo e Magnelli non erano assolutamente d’accordo con l’idea del chitarrista. Giurarono che avrebbero mantenuto il segreto ma non sarebbero rimasti nella band. Di lì a poco confluirono infatti nell’ultima incarnazione dei CCCP pre-CSI.

UNA STRANA MUTAZIONE.

L’unico vero problema era trasformare l’animale di zona in un perfetto clone di Piero Pelù, il tempo stringeva ed il tour successivo sarebbe iniziato dopo un paio di mesi. Fortunatamente il successo delle precedenti esibizioni aveva garantito ai Litfiba un consenso enorme. Questo avrebbe significato spazi più grandi dove tenere concerti e, di conseguenza, maggiore distanza con il pubblico, che non avrebbe potuto accorgersi che il frontman non era lo stesso che calcava i palcoscenici solo qualche mese prima.

L’anonimo, prima di interrompere la comunicazione, suggerì di analizzare attentamente immagini e testi del disco “El Diablo”: a suo dire i Litfiba avevano disseminato indizi in tutto il disco e, probabilmente avrebbero continuato negli album successivi. Lo speaker di Controradio rimase senza parole. Si accorse che, a causa di un errore tecnico, la telefonata non era andata in onda e decise con difficoltà di non rivelare nulla di quanto appena ascoltato.

Nel gennaio del 1990 iniziò il tour chiamato “Pirata”. Il nome non fu scelto a caso, era un preciso riferimento all’animale di zona che aveva preso possesso di un’imbarcazione non sua. Inoltre la copertina dell’omonimo album dell’anno precedente aveva come protagonista il vero Piero raffigurato con una benda su un occhio. Probabilmente Ghigo faticava a convivere con la difficile decisione che era stato costretto a prendere: richiamare l’immagine di Piero con un occhio bendato era come chiedergli di chiudere un occhio in nome della vecchia e sincera amicizia.

EL DIABLO.

I Litfiba iniziarono a lavorare all’album che li avrebbe proiettati nell’olimpo del rock nostrano, “El Diablo”. Era chiaro che l’animale di zona avrebbe avuto difficoltà a cantare inediti di pari intensità rispetto alla precedente produzione. Un conto era approcciare brani già cantati da Piero (c’erano le registrazioni audio e video dalle quali imparare movenze ed espressioni), altra storia era rendere credibile qualcosa di nuovo.

La band optò per una radicale semplificazione degli arrangiamenti e, soprattutto, dei testi. Molti si sono infatti chiesti il perché di versi come “Sei bella, sei tonda, sei come la Gioconda”.
La risposta è nel fatto che lo stesso Ghigo si accorse della poca credibilità dell’animale di zona come sacerdote esoterico e iniziò a lavorare nell’ottica di costruire un personaggio intriso di facile populismo di sinistra in grado di far dimenticare presto il vecchio sciamano.

Ecco nascere dunque brani come “Proibito”, il cui incipit tenta di descrivere quanto successo il giorno dell’incidente (“Qui niente male, ah ah ah, mi sembra un funerale, chi muore solo […] C’è aria di festa, la morte è pure questa!”). Oppure “Siamo umani, non può andare così” in riferimento alla confusione generata da una perdita così grave ed improvvisa.

Secondo l’anonimo telefonista il titolo “El Diablo” rappresentava il patto col diavolo stretto da Ghigo per continuare con una carriera sempre più ricca di soddisfazioni e soldi. Inoltre suggerì di collocare uno specchio a metà della copertina dell’album, sarebbe magicamente comparsa la scritta “Desaparecido”, lampante riferimento allo scomparso frontman ed al primo ellepì.

GLI INDIZI.

Nei dischi successivi, per scanzonatezza o per rimorso e senso di colpa, Ghigo continuò a lasciare indizi e suggerimenti, forse sperando inconsciamente che qualcuno arrivasse a carpire la verità e lo inchiodasse alle sue responsabilità.

“Dimmi il nome”, dall’album “Terremoto”, inizia con il grido “Ah, terremoto”. Questa era l’espressione tipica di animale di zona quando, solo quattro anni prima, si aggirava senza meta per il centro di Firenze. Il testo poi non le manda a dire: “Il ladro, dimmi chi è! Voglio il nome, voglio il nome!”, non è un riferimento agli intrecci tra politici e mafia ma proprio a quel ladro di identità che ora calcava i palchi nei panni dello sfrontato frontman della band.
Filtrando la copertina dello stesso album attraverso un caleidoscopio si potrebbe vedere un numero di telefono con il prefisso di Massa (città di origine di Pelù). Chi lo ha composto giura di aver sentito una voce che rispondeva “Non voglio più amici”.
Inoltre, durante il tour del disco, proprio alla fine del brano “Tex” (brano in cui compare la frase precedente) il clone di Piero era solito gridare al microfono “Ho detto basta”, come a voler enfatizzare la parte del testo che recita “Basta alle vostre bugie”, guardando spesso e volentieri Ghigo negli occhi.

Qualcuno ha definito la storia come il caso FIERO (F-also p-IERO), altri ancora hanno coniato il termine “Doppiergänger”. E i riferimenti al caso abbondano anche in tutta la produzione successiva della band.

  • Goccia a goccia indica inequivocabilmente il sangue di Piero sull’asfalto.
  • Regina di cuori è una struggente dedica alla vedova.
  • Lo Spirito dell’omonimo brano è quello del vecchio compagno di scorribande.
  • Lacio Drom è stata composta per accompagnare l’amico nel viaggio ultraterreno.
  • Tutto il disco Mondi sommersi vuole ricordare il momento in cui le ceneri vennero disperse nell’Arno.
  • Animale di zona è il tributo compositivo che Ghigo e soci hanno dovuto pagare al clone di Piero per farlo sentire davvero parte integrante del progetto, citandone chiaramente il soprannome.
  • La canzone Infinito, se fatta scorrere al contrario, lascia intendere le parole “Oh grullo d’un Piero, icché t’è saltato in mente di fare il viaggio di notte da solo? Maremma ‘mpestata”.
  • Il mio corpo che cambia racconta della difficile operazione chirurgica che il clone ha dovuto subire per diventare identico a Pelù.
  • Io ti conosco mascherina è invece il grido sommesso del cantante che non riesce più a reggere il gioco, e che di lì a poco deciderà di lasciare il gruppo.

Ma l’ombra lunga di quella tragica notte del 1989 si proietta anche oltre la rottura del sodalizio tra Ghigo e il Falso Piero. Si racconta infatti che uno dei soccorritori, proprio quello che decise di avvertire la band prima delle autorità, si chiamasse Gianluigi.
Ma tutti lo chiamavano affettuosamente “Cabo”.

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